Considerazioni sulla misurazione del tempo nel mondo antico

  • Con questo breve scritto ci si propone un obiettivo piuttosto ambizioso, e cioè di iniziare una serie di riflessioni al fine di giungere ad un modo diverso di considerare il rapporto che l’uomo moderno ha con il tempo; in particolare, analizzando alcune esperienze che al suo scorrere sono collegate, si vuole provare a spostare il punto di vista da quella che è la logica di necessità propria dell’uomo moderno verso la prospettiva da cui l’uomo antico assisteva a “ciò che passa”.
    Il quesito fondamentale a cui occorre rispondere per compiere un simile cambio di prospettiva è il seguente: è il tempo a scandire gli eventi o, viceversa, sono invece gli eventi a determinare lo scorrere del tempo? Nel primo caso il tempo sarebbe una grandezza estrinseca ed indipendente, rispetto alla quale gli eventi si trovano in una condizione di totale passività; nel secondo invece sono gli eventi ed il loro susseguirsi a determinare questa grandezza che assumerebbe così un significato relativo e subordinato.
    La risposta dei moderni è senz’altro che è il tempo il motore degli eventi. Il tempo è una grandezza estrinseca che viene misurata con degli appositi strumenti, quale può essere un orologio o un calendario. È il tempo a scandire gli eventi, e l’uomo moderno non ha dubbi in merito a ciò: è senz’altro lo scorrere del tempo a determinare il giorno in cui si percepisce lo stipendio, è il tempo a determinare in maniera estrinseca il ritmo della vita attraverso i suoi strumenti di misurazione. Per l’uomo moderno il tempo è addirittura una risorsa, qualcosa che assume valore economico.
    Ma esistono altre possibilità? Esiste una possibilità di considerare il tempo quale grandezza del tutto relativa agli eventi?
     La sfera percettiva, sulla base di un’esperienza sicuramente comune a tutti, sembrerebbe dare risposta affermativa.
    Immaginiamo l’uomo, nel suo habitat intriso di modernità, che in un lasso di tempo compie azioni ad un ritmo serrato, veloce. In queste condizioni la percezione dello scorrere del tempo è sicuramente accelerata. Se, per contro, in uno stesso lasso di tempo, misurato da un identico movimento di lancette, si compiono azioni più rarefatte o, peggio, ci si trova in una condizione statica di noia, il tempo sembra non passare mai. Queste due semplici osservazioni suggeriscono quindi che la cadenza delle azioni influenza la percezione del tempo.
    Vediamo un altro esempio  che potrebbe indurre dei dubbi nel considerare il tempo quale grandezza estrinseca rispetto agli eventi. Un subacqueo in immersione regola la sua azione sulla base di due fattori: il consumo di gas respirabile e l’assorbimento di azoto nei tessuti. La considerazione da farsi è la seguente: il tempo reale e potenziale di immersione è regolato dall’orologio, misuratore oggettivo del suo scorrere, o piuttosto dal consumo di gas respirabile e dall’assorbimento di azoto, questi ultimi fatti assolutamente soggettivi? L’orologio misura un tempo che è subordinato all’evento. La durata dell’evento si raffronta al tempo misurato da un altro evento, che è il movimento delle lancette ad intervalli cadenzati, ma in effetti il tempo che interessa il subacqueo è quello scandito dall’azione soggettiva, cioè dal respirare e dal consumare aria: quello è il fattore determinante, mentre lo scorrere delle lancette è solo una misura effettuata mediante un altro evento.
    Cosa è in effetti il tempo? Da uno dei più diffusi dizionari della lingua italiana alla voce tempo troviamo associate le seguenti definizioni:

        - Successione continua di eventi;
        - Tempo in quanto oggetto di misurazione;
        - Parte più o meno ampia del tempo; periodo.
        - Epoca, età;
       - Parte del tempo necessaria al verificarsi di un fenomeno, allo svolgimento di un’azione;
       - (musica) Velocità di esecuzione di un brano; ciascuna unità ritmica in cui si divide una battuta; struttura metrico-ritmica di un sistema di battute.
      - Al tempo di qualcuno (al tempo di Re Umberto, al tempo di Cesare).

    Abbiamo ovviamente scelto solo le definizioni che più si adattano alla nostra disamina, quelle che forniscono più spunti di riflessione.
    Da quanto riportato, occorre subito distinguere due posizioni distinte di fronte al tempo, e cioè una passiva ed una attiva. L’atto di subire il tempo quale oggetto di misurazione, quale misura estrinseca della durata di un fenomeno, sicuramente rientra in una concezione passiva. Il tempo determina la successione degli eventi, non essendone in alcun modo influenzato; la lancetta che scorre non ha la minima influenza sulla reale durata dell’unità temporale, se mai è il tempo a misurare la precisione del movimento; altra cosa è invece il caso del tempo musicale, definito come Velocità di esecuzione di un brano; ciascuna unità ritmica in cui si divide una battuta; struttura metrico - ritmica di un sistema di battute. In questo caso è l’azione, la volontà esecutiva a determinare e definire la scansione ritmica, l’intervallo tra eventi consecutivi; è la creazione di un ritmo, non un evento scandito estrinsecamente da un tempo. Analogo è l’osservare secondo la logica  Al tempo di qualcuno (al tempo di Re Umberto, al tempo di Cesare), nel qual caso è addirittura la storia dell’uomo a scandire gli intervalli, i ritmi dell’azione.
    Quanto fin qui detto apre quindi la strada ad una prospettiva diversa da quella che la nostra quotidianità ci fornisce.
    La risposta dell’uomo antico al quesito esposto sarebbe profondamente diversa da quella che le moderne  forme di razionalità impongono. Presso gli antichi infatti sono gli eventi naturali, quelli osservabili in maniera diretta nel macrocosmo a determinare lo scorrere del tempo che diviene così una grandezza intrinseca ad essi subordinata. In particolare, il tempo era visto come una manifestazione ciclica, un artificio della mente per comprendere lo scorrere circolare dell’universo.
    Ma prima di continuare nella nostra trattazione, si vuole provare ad esporre e discutere due asserzioni di importanza capitale al fine di compiere un effettivo cambio di prospettiva:

       - Asserzione 1: Il tempo è una creazione intrinseca agli eventi e da essi scandita;
        - Asserzione 2: Il tempo del calendario bancario è un modo poco naturale di scandire il tempo

    Asserzione 1.
    Il problema della misurazione del tempo, per la fisica, è il seguente: cercare una unità corrispondente ad un evento completo, assumerla come misura, rapportarla ad intervalli tra eventi. Fin qui, la definizione dalla fisica classica. Secondo tale definizione, il tempo è una grandezza estrinseca, che ha esistenza propria ed indipendente dagli eventi. Ma è veramente così?
    Il parere dell’uomo antico è quello opposto, e cioè che siano gli eventi a creare il tempo. A dimostrazione di ciò, a dire il vero, sappiamo produrre ben pochi esempi, anzi, non sappiamo andare oltre un semplice indizio: la percezione del tempo quale fatto estremamente soggettivo, fatto che giustifica espressioni del tipo “il tempo sembra non passare mai”, “il tempo sembra volare”. Ma questo indizio, per quanto labile, trova un supporto sperimentale nel campo della fisica quantistica, quella che, per capirci, si occupa di equivalenze tra energia e materia. La nostra idea è proprio questa, e cioè che il tempo sia determinato dal susseguirsi di variazioni di energia.
    A questo punto, occorre dire che le stesse scienze moderne, che nella loro ottusità accademica talvolta finiscono paradossalmente con l’essere corrette, sono arrivate a definire la materia come “energia impacchettata” ( teoria dei quanti ed affini), ed un evento è qualcosa che coinvolge delle vibrazioni energetiche. La stessa unità di tempo è fissata dalla comunità scientifica sulla base di una variazione energetica, che è il tempo di decadimento radioattivo di un isotopo del cesio. Ma se questa variazione non avesse luogo, esisterebbe ugualmente quell’unità di tempo? Lo scienziato risponderebbe che allora si cercherebbe un’ulteriore evento misura, e noi sposteremmo oltre la domanda, trasportandola sull’ipotesi di non esistenza di quest’ulteriore evento; è facile indurre che, secondo la nostra logica, in assenza di variazioni energetiche non esisterebbero unità temporali; ma se non esistono unità temporali il tempo stesso diventerebbe un astratto assurdo, pertanto sul filo di questo ragionamento è facile credere che il tempo è una grandezza intrinseca agli eventi ed esiste in funzione degli eventi, non ha cioè esistenza propria.

Asserzione 2.
La fonte principale di energia è, per il nostro pianeta, il sole. In più momenti della storia, come accadde per esempio in Egitto, oppure a Roma ai tempi di Giulio Cesare, si è giunti ad identificare la scansione degli eventi con la scansione del ciclo solare, che corrisponde all’insieme delle variazioni di assorbimento energetico dell’intero pianeta. Secondo quanto detto precedentemente, il tempo è scandito da successioni energetiche quale grandezza intrinseca. Il calendario da noi usato è un calendario che ha fissato in modo arbitrario degli intervalli di tempo (giorni e mesi), ricalcando l’anno giuliano, ma estrinsecandolo dal reale ciclo solare, utilizzando quale unica forma di raccordo il giorno intercalare di febbraio (anni bisestili). In effetti, per quello che ne sappiamo oggi, i romani seguivano una scansione simile, con la differenza che loro avevano delle figure preposte a raccordare il tempo misurato con quello reale, e questo è testimoniato dal fatto che i loro punti di riferimento erano i punti cardinali del ciclo solare, vale a dire i solstizi e gli equinozi. Il calendario commerciale bancario, invece, assume come punto di riferimento gli eventi relativi ad un sole diverso: le transazioni di denaro. In ciò è facilmente ravvisabile un comportamento innaturale che sembrerebbe dimostrare la veridicità del nostro assunto.
 
Il calendario bancario quindi non avrebbe avuto per l’uomo antico alcun significato, in quanto completamente sciolto dagli eventi che determinano il reale scorrere del tempo; il moderno calendario riduce invece tutto ad un ciclo d'abitudine, rispetto al quale misurare altre consuetudini. Secondo questa antica prospettiva misurare il moto regolare di una lancetta è solo una parvenza di misurazione del tempo, la cui utilità si esaurisce la dove finisce il fatto materiale. Il sorgere del sole ed il suo tramonto individua la durata temporale giorno, o meglio la sua frazione luminosa, mentre il tempo misurato dall’orologio può solo avere una funzione ausiliaria, così come l’avevano le antiche clessidre. Il reale intervallo, lo spazio esecutivo, è delimitato comunque dall’evento astronomico.
Lo strumento classico per tener nota dello scorrere degli eventi è ed era il calendario nelle sue varie forme e sistemi di riferimento, ma mentre per i moderni si tratta di uno strumento per tener conto di eventi dipendenti da una grandezza estrinseca, presso gli antichi popoli i calendari altro non sono che la distribuzione ordinata  degli eventi osservabili nelle armonie universali. L’armonioso fluire di eventi nella dimensione cosmica era ritenuto in analogia assoluta con ciò che avveniva all’uomo considerato nella totalità del suo essere.
Presso tutte le tradizioni dei secoli passati l’esigenza di misurare il tempo, definito nel senso fin qui descritto, nasce dalla necessità di comprendere e catalogare gli eventi che si realizzano nel macrocosmo al fine di armonizzare l’azione dell’unità microcosmica, l’Uomo per l’appunto, rispetto ad esse secondo una logica di totale analogia. La natura diviene simbolo ed orologio del microcosmo.
In effetti, per chiunque si avvicini al mondo della tradizione, la comprensione dei simboli finisce col diventare essenziale.
Il linguaggio dell’alta tradizione è un linguaggio simbolico basato sulla realtà del cosmo. L’uso del simbolo nella tradizione è legato a quello che esso deve significare (oggetto significante), e quindi a cose riguardanti conoscenze di sintesi estrema, da abbracciare con un solo sguardo e non comunicabili, esprimibili solo attraverso un linguaggio, appunto, di sintesi. È come dire che a nulla vale descrivere l’uovo se prima non lo si è visto, non lo si conosce: l’esperienza uovo deve rientrare nelle possibilità dell’Io, e la sua rappresentazione simbolica ne raffigura l’essenza: il disegno dell’uovo è il simbolo dell’uovo. Il significato del disegno è l’idea di uovo, il suo significante è l’uovo fisico.
 Gli antichi alfabeti, quelli più vicini alla tradizione primordiale, sono tutti rappresentazioni sintetiche. L’idea poteva essere trasmessa attraverso un’assonanza grafica diretta (ideogrammi veri e propri, vedi i geroglifici egizi) oppure mediante corrispondenze in termini di cifre. Spingerci troppo in là nella trattazione di temi così complessi esula dagli scopi che ci siamo prefissi, ma basta il cenno fatto per mettere il lettore sulla giusta via. In termini di rappresentazione, quindi, troviamo il simbolo, col suo significato, ed un corrispondente significante. Il simbolo tende alla perfezione nella misura in cui significato e significante si fondono e per la precisione nel simbolo perfetto il simbolo coincide con il suo significante: simbolo ed entità rapresentata diventano esattamente la stessa cosa. Secondo l’esempio fatto, quindi, potremmo dire che il simbolo perfetto dell’uovo è l’uovo stesso, o qualcosa che ne produca assolutamente gli stessi effetti.
La cosa fondamentale da capire è che il simbolo diviene perfetto nel momento in cui interviene un principio superiore ad animarlo, altrimenti resta solo un guscio vuoto, così come un guscio vuoto sarebbe stato per l’uomo antico il calendario amministrativo.
Inteso in questo senso, nessun simbolo è più perfetto del cosmo e delle sue manifestazioni cicliche in relazione al microcosmo umano. Diversi sono i cicli che l’uomo, nel corso della storia, ha assunto quali sistemi di riferimento. Oltre al già citato ciclo solare infatti, esistono calendari basati sul ciclo lunare, calendari basati su cicli planetari o, presso civiltà così antiche che riesce difficile ricostruirne la storia, calendari basati su cicli stellari.
Un esempio di calendario planetario è per esempio il calendario Maya, basato sul ciclo di venere, la cui precisione è tale da turbare la coscienza dei moderni scienziati.
Interessante è considerare che ai cicli stellari gli antichi associavano lo svolgersi del fato; Trattandosi di qualcosa che ha a che vedere col fato, è importante innanzitutto avere chiaro cosa gli antichi intendessero con "FATO". Secondo Plutarco, il Fato presenta due diversi aspetti, uno in relazione con la sua Attuazione, uno in relazione con la sua sostanza, ed a tal proposito fa riferimento a Platone.
1) Il fato come attuazione. Dal Fedro: “questa è la legge di Adrastea: se un’anima segue fedelmente il volere di un Dio…”. Si tratta di una legge inviolabile, perché procede da una causa di cui niente e nessuno può intralciare gli effetti .
2) Il fato come sostanza; Espressione di Lachesi , figlia della necessità: E’ una legge divina che collega il futuro al passato ed al presente. Il fato può considerarsi come l’anima del mondo, la quale è divisa in tre parti[……]

A completare il cambio di prospettiva che inizialmente ci si è proposti, si discute la rappresentazione del ciclo solare inteso nel senso eliocentrico che, come ampiamente testimoniato da numerosi autori classici, era una conoscenza ben consolidata nell’antichità, al pari della sfericità terrestre che, nel III secolo a.c., fu addirittura oggetto di misurazione da parte di Eratostene.

Il ciclo solare, da cui discende  il calendario, è il moto di rivoluzione della terra intorno al sole. Su questo grande ciclo, che descrive nello spazio quello che è noto ai moderni come piano di eclittica, sono individuabili quattro punti cardinali: i due equinozi ed i due solstizi. I due equinozi si trovano su quella linea (linea equinoziale) che rappresenta l’intersezione del piano equatoriale (piano ortogonale all’asse di rotazione terrestre e passante per l’equatore del nostro pianeta) e piano d’eclittica. I due punti solstiziali sono invece i due punti sull’orbita terrestre cui corrisponde il massimo scostamento tra eclittica e piano equatoriale: a questi due punti corrispondono i giorni in cui il sole raggiunge la massima e la minima alzata rispetto all’orizzonte. Il piano d’eclittica, ed in relazione ad esso le diverse posizioni che la terra occupa nel suo ruotare, era diviso dagli antichi in dodici specie principali, ognuna nominata con un segno astrologico.
Nulla in questa descrizione lascia supporre che il tempo sia una grandezza estrinsecabile dagli eventi cosmici.
La conclusione cui si giunge in seguito a quanto fin qui esposto, è quindi piuttosto amara. L’uomo moderno ha deciso di ignorare la necessità di armonia che l’universo quotidianamente ci suggerisce, ha deciso di distogliere lo sguardo dal cielo per volgerlo verso i sassi su cui cammina. L’umanità si è creata un falso sole con un suo ciclo meccanico regolato da questa grande illusione che definisce tempo.


Ing. Achille Tricoli - gruppo c.p.p.t. - crotone 

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Inserito da Achille il Ven, 28/12/2007 - 18:28

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