Convegno - Verona e la Tradizione Romana

L'associazione Tradizionale Pietas è lieta d'informare gli utenti del sito che attualmente è in organizzazione un convegno dal titolo: Verona e la tradizione romana, il quale si terrà a Verona nella data di sabato 23 febbraio. Il convegno si svolgerà sabato 23 febbario presso lo store del libro di Arsenale Editore, in via Ca' Nova Zampieri 29, a S. Giovanni Lupatoto (Verona). L'inizio del convegno è fissato per le ore 16.00
 Per l'occasione i volumi della biblioteca di Archeologia saranno disponibili al 20% di sconto. Per ulteriori informazioni arsenale@arsenale.it  La città di Verona Romana presenta nella sua topografia una serie di simboli segno di una tradizione millennaria, legata alla cosmogonia classica ed alla via di ascenso luminoso del cives veronese. Attraversando gli studi dell'archeologo Granicelli, i paralleli con i grandi centri santuari dell'Italia centrale e i risultati dell'archeologia contemporanea tutto questo sistema di messaggi "ermetici" verrà presentato e proposto al pubblico. L'invito alla partecipazione è rivolto a tutti. Ingresso libero. Verona 23 febbraio 2008 Verona e la tradizione romana.

Posted in Convegni blog di Giuseppe M. D. Barbera | accedi o registrati per inviare commenti | letto 431 volte

Inserito da Giuseppe M. D. ... il Mar, 29/01/2008 - 19:11

Giuseppe M. D. ... | Ven, 22/02/2008 - 02:36

LA FONDAZIONE DI VERONA ROMANA   La città che sorge sul fiume Adige col nome di Verona fu fondata probabilmente nel Neolitico sul Colle S. Pietro, anticamente dedicato a Giano. Dubbia è l’origine semantica del toponimo: probabilmente celtica, retica o euganea o etrusca. Già gli storici antichi come Livio e Polibio erano discordi sugli autori della fondazione. L’origine del suo attuale tessuto urbano ha certamente logiche indoeuropee, che bene furono sfruttate dai Romani dall’89 a.C. in poi, anno in cui la città divenne Colonia Latina, per poi ottenere lo statuto di cittadinanza romana con Cesare nel 49 a.C. Come tutti i municipi romani era governata da dei quattuorviri iure dicendo, eletti annualmente dai comizi, i quali avevano i poteri esecutivi, da una Curia locale composta da decurioni (potere legislativo) cooptati tra i cittadini più abbienti; da quest’organo venivano eletti quattro edili con poteri di organizzazione dei mercati, dell’approvvigionamento e di regolarizzazione delle opere pubbliche. Un questore era incaricato nella gestione delle pubbliche rendite.             E’ nella classe dirigente che bisogna cercare gli autori del piano regolatore della Verona Romana, eseguito con la piena sapienza sacerdotale utilizzata all’epoca per realizzare l’ordinamento della pianta cittadina.             Gli studi più interessanti a riguardo di questa tematica furono condotti dall’archeologo Umberto Grancelli, il quale espone tutte le sue conclusioni ne “Il piano di fondazione di Verona romana”; il Grancelli appartiene ad una branca di studi storici che si sviluppò in epoca fascista, il cui massimo esponente fu Giacomo Boni, la quale ricercava nei monumenti archeologici simboli e significati esoterici. La cultura materialista marxista ha innestato nell’archeologia italiana, dagli anni 60 in poi, una presa di posizione legata esclusivamente alla visione analitica dell’oggetto in se, estraniando dai significati più reconditi l’opera antica, rivalutandola in un’ottica culturale esclusivamente moderna e contemporanea. Solamente negli ultimi anni del XX secolo quella stessa archeologia marxista ha incominciato a ristudiare il monumento archeologico nella mentalità dei suoi autori, cercando nuovamente di reinterpretarlo nella forma mentis dell’uomo antico, dunque oggi l’archeologia materialista sta riscoprendo l’importanza della visione esoterica che già fu applicata negli anni trenta. Grancelli, uomo di enorme cultura, trovò in Verona una serie di attività eseguite dai costruttori dell’epoca, finalizzate a fissare nella forma topografica i simboli dell’ordinamento teogonico e cosmogonico, compiuto per riflettere nell’abitato urbano la sapienza, la cultura e la tradizione che si trasmetteva e si muoveva in quella colonia romana. Del resto ancora oggi Verona è una delle capitali italiane della cultura, dove il fermento delle menti non trova mai sosta e la ricerca escatologica dei suoi abitanti li porta a studiare le dottrine più disparate. Verona, come Roma, sviluppa il suo centro a ridosso del gomito di un fiume, al di la del quale vi è un colle dedicato a Giano: il Gianicolo a Roma, quello oggi di S. Pietro a Verona. Singolare è l’orientamento del Cardo cittadino: 52 gradi e 16 primi nord. Questi corrisponde al punto in cui sorge il Sole al solstizio invernale; che la pianta urbana segua una simbologia solare è abbastanza chiaro: 7 templi sorgono all’interno della cinta muraria e dal foro 7 porte si aprono verso le differenti strade principali, ognuna delle quali è riferita ad una divinità. Questo numero era considerato dai Greci sacro ad Apollo, nume solare cui erano sacri anche i giorni dei solstizi e degli equinozi. Troviamo in alcune città greche, come Pompei, che il Cardo punta invece verso il solstizio estivo? Perché queste forti differenze? La risposta è molto semplice. L’inizio dell’anno presso i Greci d’Italia fu comunemente assunto al giorno del solstizio estivo, e verso questo punto guardano la maggior parte dei templi pompeiani: all’aurora della stagione estiva la luce penetrava nelle porte creando delle linee perpendicolari agli stipiti ed ortogonali alla linea di soglia, confermando l’inizio del nuovo anno. L’anno civile romano cadeva a ridosso del solstizio invernale (una decina di giorni dopo) e a Verona in questo giorno di annunciazione della prossimità al nuovo anno era visibile dal sorgere del Sole che illuminava rettamente la via principale. Alla nascita di questa antica divinità si ripeteva, coll’inizio del nuovo anno, il mito cosmogonico. All’interno del colle era una cisterna d’acqua, da questo elemento primordiale sorgeva il Sole, e a guardare dalla città, dalla cima del santuario sacro a Giano sorgeva il Sole nel manifesto: dal caos veniva l’ordine! Lungo il lato settentrionale del foro esisteva un grande portico dedicato a Giano: dal nord veniva la Luce, da lì l’ordine sul Caos, la materia primordiale, ed Ovidio fa dire al dio nei Fasti:  “Me Chaos antiqui vocabant”. Al centro del porticato vi era un grande arco, un Giano, partendo in senso orario e seguendo un andamento circolare attorno al foro troviamo due templi: uno di Giunone e poi uno di Marte; oltre il primo cardo di destra vi era la basilica dedicata a Mercurio; oltre il Cardo principale sorgeva il Capitolium, sacro a Giove, Superato il corso (primo Cardo a sinistra) vi era un piccolo edificio dedicato a Venere, oltre il decumano sorgeva la “moneta”, un edificio architettonico il cui nome rimanda alla zecca di stato romana, questi era posto sulla via Saturnia, il dio della materia e delle ricchezze, nel cui tempio i romani conservavano il tesoro dello stato. Infine si ritorna al Foro, luogo dove sette porte conducevano a sette vie, dunque il Foro stesso ha una simbologia solare, e ancora una ottava porta era all’interno del porticato, questa riassumeva il ciclo solare nella sua duplice espressione, spirituale e materiale, ed era allo stesso tempo porta sublime e pubblico palazzo, ove si riunivano la Curia ed il popolo veronese nel comizio, due assemblee differenti riunite, organizzate ed ordinate dal Sole[1]. L’importanza dell’ordinamento del mondo, anche in senso sociale, è ribadito all’interno di un ipogeo sempre allocato nel grande Colle delle Origini: qui un’iscrizione accompagna  una parete affrescata presso la cella settentrionale avente per tema tre giovani (con berretto frigio) procedenti verso due porte dove sono rappresentati un quarto giovane ed un vecchio barbuto con lituo in mano[2]. L’epigrafe recita: Pomponius Cornelianus P. F. et Julia Magia cum Juliano et Magiano filis a solo fecerunt. Per Granicelli non si tratterebbe di una famiglia realizzatrice del sacrario, bensì di una famiglia mitologica, i cui nomi sarebbero fittizi e riferiti ad una serie di simbolismi esoterici[3]. Pomponius sarebbe legato ai primi sacerdozi veronesi, vedendo nel suo nome un legame con Numa Pompilio, sovrano di Roma che perfezionò il sistema sacerdotale dell’Urbe il cui nome lo legherebbe alle acque delle origini (Num in egizio), sarebbe il nostro Pomponio lo spirito che scende ad animare la materia attuando l’atto creativo[4]. Magia rappresenterebbe l’elemento generante, l’atto creativo dello spirito stesso e Juliano e Magiano la creazione duplice e gemellare, come in Romolo e Remo figli di Marte e della Vergine vestale Rea Silvia. Per Granicelli le figure verso cui volgono i giovani rappresenterebbero la gioventù e l’anzianità, aggiungerei il popolo ed il Senato veronese, i giovani e gli anziani detentori del sapere, quest’ultimo rappresentato dal lituo, il pastorale che usavano i padri mitraici, gli auguri, ed ancor oggi i vescovi. Non è stata data una corretta datazione a questo sacrario, la si dovrebbe invece analizzare a fondo, poiché potrebbe esserci un richiamo mitraico: i giovani hanno il berretto frigio, tipico del Persus, il Perseo o Persiano, grado iniziatico mitraico, l’anziano ha il pastorale come il mater e tutto è connesso alla sorgente della vita, al suo inizio, così come Mitra nasce in una grotta. Seppur recondita questa ipotesi deve essere approfondita, per poter meglio conoscere lo sviluppo del culto solare nell’antica Verona. A settentrione dell’abitato sorge, come già abbiamo detto, il santuario di Giano. Questo è un grande complesso architettonico che si svolge su più terrazze, allo stesso modo del santuario Predestino della Fortuna Primigenia, col quale ha inoltre parecchi elementi tematici in comune. Qui i fedeli compivano un’ascesa verso l’alto, un ritorno alle origini, per giungere in cima al tempio del dio detentore delle chiavi della sapienza, ovviamente nella trasposizione cristiana Giano corrisponde a S.Pietro, detentore delle chiavi del paradiso. Le chiavi gianuali sono necessarie all’attuazione dell’ordine sugli elementi, ovvero a quella famosa quadratura del cerchio tanto agognata dai pitagorici. Infatti il simbolo di Giano è il cerchio mentre quello del sole è un circolo con un punto al centro. Dal nulla la creazione di un punto permette di fissare un riferimento, un metro. Sul punto poi può passare la retta. Infiniti segmenti di eguale misura, aventi il punto come estremità, danno in piano il cerchio, nella tridimensionalità la sfera. La creazione di un secondo punto permette di stabilire la dimensione di un segmento e di individuare una sola retta passante per due punti. La creazione di un terzo punto  fuori dalla retta permette invece di focalizzare un piano d’azione. Un quarto punto all’infuori del piano permetterà la definizione dello spazio. Queste semplici logiche matematiche sono alla base delle dottrine matematiche e solari che mossero le idee del mondo antico. Difatti nello spazio si crea il mondo e si manifestano le idee e gli dei. Il doppio volto di Giano richiama al Caos, al disordine, le sue due faccie gli permettono di vedere avanti e dietro, prima e dopo. Il tempo è la computazione utile a misurare lo scorrere di eventi e cicli cosmici, cosa molto applicata dagli antichi, tanto che a Verona si volle stabilire come riferimento del Cardine Massimo l’aurora del solstizio invernale, il passaggio da un anno solare all’altro, il tempo misura lo scorrere della materia nello spazio, da quella cosmica a quella umana. Quattro passaggi solari definiscono le differenti stagioni e le azioni umane necessarie alla sopravvivenza, come semina o raccolta. Nel tempio di Giano l’ascesa attraverso i diversi gradoni è catartica e serve a giungere ad un punto di conoscenza e di visione del manifestarsi della rinascita del Sole al di la del colle. Questo santuario era anche un luogo di riferimento culturale e sociale, oltre che luogo simbolo della conservazione di un sapere antico e tradizionale, difatti era un santuario federato.             Quello della Fortuna Primigenia a Preneste era un santuario federale, sede di ritrovo politico e religioso delle diverse città latine. Qui si riuniva la lega latina e le diverse realtà affrontavano decisioni di enorme importanza per l’intero popolo latino, come l’affrontare o meno guerre, lo stabilire rapporti commerciali coll’esterno e veri e propri concili teologici per definire il mito e la pratica prettamente latina. Questo complesso monumentale esprime il mito laziale, esso si articola su di una serie di terrazze artificiali realizzate sul pendio del colle a nord dell’abitato, collegate tra loro da rampe e scale. Il santuario è posizionato all’apice del cardo della città, strada che punta verso Nord-est, ed è consacrato ad una divinità primigenia e creatrice dell’universo: Fortuna. Era presente un percorso catartico per i fedeli, proveniente dal cardo stesso, che si sviluppava sulle sette terrazze, per giungere infine al tempio rotondo posizionato nella sommità del complesso, al cui interno si conservava la statua delle Fortuna in bronzo. L’edificio si erge su una poderosa sostruzione in opera poligonale ai cui lati erano le entrate, dove due scalinate conducevano a complessi simmetrici, in cui avevano luogo i primi riti catartici dei pellegrini. Suddetta purificazione incominciava per poter permettere al fedele un ritorno alle origini, riferibili, vedremo più avanti perché, alla dea Fortuna. Da questo punto il percorso proseguiva in sensibile salita con due rampe (dopo la purificazione l’ascesa è resa più semplice) simmetriche e convergenti verso l’asse centrale della struttura, composte da un doppio passaggio: uno interno coperto e lastricato, uno più esterno completamente chiuso e coperto a volta. Questa sofisticata soluzione progettuale faceva sì che, dopo una salita faticosa e in penombra, il pellegrino si trovasse all’improvviso in piena luce in un punto in cui gli si offriva, a valle, un ampio panorama verso il mare e, a monte, la meta del suo percoso spirituale verso la divinità. La terrazza superiore è detta degli emicicli ed è limitata verso nord da un porticato che s’incurva simmetricamente al centro delle due ali a formare due emicicli simmetrici. Davanti all’esedra orientale si conservano la base di una statua della dea ed il pozzo delle “sortes”, le forme oracolari simili alle rune celtiche, praticate in questo antico tempio. Al di sopra della terrazza degli emicicli si trova la terrazza detta dei fornici a “semicolonne”, composta da una serie di ambienti destinati a ospitare attività commerciali. Un’ulteriore scalinata centrale permetteva l’accesso della terrazza superiore detta “della Cortina”, una vasta piazza chiusa su tre lati da un porticato coperto con due volte a botte parallele mascherate da un tetto. Nella parte meridionale la terrazza era aperta, permettendo la vista della vallata. Al centro, sul lato di fondo, si apriva una cavea teatrale, in corrispondenza della quale il porticato della terrazza della Cortina, passando sotto la cavea, si trasformava in criptoportico, cui si accedeva attraverso sei fornici. La scena del teatro veniva probabilmente allestita temporaneamente solo in occasione degli spettacoli, mentre la gradinata era in travertino.  Il santuario si concludeva alla sommità con un tempio circolare, Il santuario è un’opera di eccezionale livello tecnico e stilistico, è uno degli esempi più maestosi e imponenti dell’architettura ellenistica in Italia, ispirata a prototipi dell’Egeo Orientale, e caratterizzata dall’importanza della visione frontale e dall’inserimento scenografico della costruzione nel paesaggio. Rispetto ai modelli ellenistici la novità sostanziale consiste nell’uso massiccio dell’opera cementizia, un conglomerato di malta e pozzolana mescolata a pietrame calcareo o tufaceo, che per le sue grandi capacità di tenuta statica, permetteva di superare i modelli dell’architettura tradizionale, con la possibilità di erigere luci sempre più ampie. Il santuario della Fortuna primigenia è opera di un architetto geniale, capostipite della generazione dei grandi architetti, attivi a Roma e in Italia tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C. che hanno progettato analoghe grandiose realizzazioni architettoniche, quali per esempio nel Lazio il santuario di Ercole a Tivoli, Diana a Nemi, quello detto di Giove a Terracina, all’infuori di esso quello di Giano a Verona. Nella terrazza mediana, quella degli emicicli, una strada di andamento Est–Ovest crea una croce in pianta con il percorso ascensionale del santuario, continuazione di quello del cardo. E’ proprio su questo piano d’incontro che si presentano la statua della Fortuna in marmo ed il pozzo delle “sortes”, ove si svolgevano i riti oracolari. Secondo il mito la Fortuna è la madre di Giove e di Giunone, dunque è da lei che si generano il mondo e gli dei, difatti è primigenia, cioè la prima nata. Ciò non entra in contrasto con il mito relativo a Giano, anzi si connette a meraviglia. Giano è il caos, l’atomo primordiale da cui si genera l’universo per l’innescarsi del big-bang, Iuppiter è la legge, anzi la serie dileggi che reggono l’universo, mentre Fortuna è colei che genera tutto ciò: è quella casualità che previde l’inserimento della materia caotica nel nulla e allo stesso tempo la casualità che previde la presenza di leggi organizzate che avrebbero sviluppato e realizzato il cosmo stesso. Questa divinità delle origini è rappresentata come una donna, ma ha una valenza androgina, attiva e passiva, rappresentata dalla sorte e dal fato. Di queste sostanziali differenze ne trattano Plutarco e Cicerone. Ma qual è l’origine di questo culto “delle origini”? Sappiamo che i Latini ed i Veneti appartengono a delle calate di indoeuropei avvenute dal paleolitico fino all’età del bronzo. Vediamo a Verona una gradazione degli assi cittadini simile (anche se un po’ più accentuata) simile a quella di Preneste, ed anche a Verona il Cardo giunge ad una altura dove si trova un santuario federale. Quello di Giano. Giano e Fortuna sono entrambe divinità legate alle origini dell’universo e lì nei loro santuari, hanno origine le decisioni che valgono per intere città associate.  
[1] Granicelli 2006, pag. 67. [2] Grancelli 2006, pagg. 51 e 52. [3] C.s. [4] Grancelli 2006, pag. 51. Giuseppe M. D. Barbera

Giuseppe M. D. ... | Mer, 06/02/2008 - 19:38

Il convegno si svolgerà sabato 23 febbario presso lo store del libro di Arsenale Editore, in via Ca' Nova Zampieri 29, a S. Giovanni Lupatoto (Verona). L'inizio del convegno è fissato per le ore 16.00
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